Poesia

Il preside Gioacchino Vaiano

Si riportano di seguito le riflessioni di Giocchino Vaiano, preside, maestro, collega e amico di Giovanni Ferrari. Vaiano ha condiviso con Ferrari anni d’insegnamento a Nemoli e, successivamente, un sodalizio intellettuale e personale durato tutta una vita. Dopo anni dalla morte di Ferrari, Vaiano ritorna sull’essenza della poesia dell’autore lucano in un pamphlet intitolato “Per sempre ricordare. Giovanni Ferrari: poeta del Sud“. Si tratta di un attestato di affetto e di stima che vuole ricordare ai posteri il valore e la potenza dei versi di Ferrari. Ferrari poeta del Sud, finalmente accostato alle più alte voci del Sud che hanno cantato le pene e le umiliazioni degli straccioni, dei cafoni, dei terroni. Ferrari meridionalista, vicino a Salvemini, Rossi Doria, Scotellaro, Dolci, che denuncia il sottosviluppo economico e l’egemonia culturale del Settentrione d’Italia visibile nello spopolamento dei borghi e nelle condizioni di vita degli immigrati meridionali nelle “grandi” città del Nord.

“Per sempre ricordare. Giovanni Ferrari: poeta del Sud” di Gioacchino Vaiano.

La poesia di Giovanni Ferrari non nasce per un mero esercizio retorico, non si presenta come gioco sterile di parole, ma viene da una profonda sensibilità d’animo di un affermato professionista, di un grande uomo. Ha vissuto la sua vita con entusiasmo e autenticità, fortemente radicato nella società del suo tempo, che ha trasformato con tutte le sue forze, denunciandone, nel contempo, gli aspetti negativi.

Prima di essere un poeta, Giovanni Ferrari è stato un degno figlio di Dio, legato intensamente alla famiglia, alla società del Sud e si è battuto sempre per una migliore qualità della vita. 

L’impegno profuso in tutta la sua produzione poetica è in diretto rapporto con la poetica degli anni Cinquanta del secolo scorso: Giovanni Ferrari conosceva bene l’intreccio delle necessità ideologiche del tempo (come la “filosofia della prassi” e le teorie della letteratura come “impegno etico e sociale”) che approdavano alla costruzione di un verso pregnante, costruttivo, espressione di una incisiva denuncia storica.

Facciamo dei nomi: Pavese, Rocco Scotellaro, Sinisgalli, Pasolini.

Su questa nobile tradizione s’innesta la poesia di Ferrari, imbevuta di sano realismo, di motivi politici, di polemica civile, morale e storica.

“Case senza fumo”, 1978.

La quarta di copertina di Case senza fumo, vincitore del Premio Calabria per la poesia 1979. Nell’illustrazione uno scorcio di Nemoli (la casa del nonno), realizzato dal pittore Gianni Talamini, cugino e sodale di Ferrari.

“Case senza fumo”, lavoro principe del nostro poeta, edito da Rizieri Editore di Lauria (PZ) (con in copertina uno splendido disegno del pittore Gianni Talamini), è un atto di “poesia civile” che procura risonanze interiori, ma che assume una dimensione molto vasta: comprende certamente il dolore per l’abbandono forzato delle terre del Sud di migliaia di nostri fratelli, ma si allarga ad un’infinita gamma di sentimenti e di riflessioni che chiamano in causa i più autentici “modi dell’essere”.

Il verso chiaro, puro, cristallino è un tutt’uno con i sentimenti espressi e anche in questa direzione, cioè nella trasformazione del linguaggio, il nostro poeta ha fatto centro: è riuscito a comunicare con un linguaggio comprensibile a tutti che colpisce subito l’animo del lettore e l’affascina. 

Si presenta, l’opera, come unitaria, guidata e sorretta da un disegno e da un discorso ben definito e compatto. 

La storia del poeta, nella sua Nemoli, in Basilicata – come può essere quella di una persona qualsiasi di una martoriata regione del Sud – è un tutt’uno con la storia dei suoi compaesani, con la storia di tutte le famiglie degli emigranti di ieri.

E il motivo del “grande esodo”, con le sue crudeli conseguenze, con le sue angosce, con le sue rotture interiori, che fa da motivo conduttore dell’intera raccolta.

Da “Case senza fumo”, pag. 7

Il Sirino è solo

Nel suo manto di nuvole senza buchi.

Fumano ancora i comignoli

Lungo le braccia delle quattro vie

Tra il tenero dell’erba nuova

E il verde del grano

Che prende coraggio

Giorno per giorno.

Tante case – però – non hanno più fumo

E tanti casolari

Giorno per giorno consumano

La speranza di essere riaperti

Coi calcinacci che rotolano

Dagli stipiti contorti dalla pioggia

Dai soffitti di ragnatela

Dai nidi dei topi migranti la notte

Tra le radiche

Dei vecchi olivi infolloniti

Nel campo accampo fitto di rovi

Che ha dimenticato l’aratro.

Dall’alto dell’orizzonte

Nella nuvola bianca

Che a Pasqua naviga il cielo nuovo

La schiera dei vecchi padroni

Ritrova tra gli sterpi la vecchia casa

Quasi sepolta 

E lega col filo della memoria immobile dei morti

I mille ricordi della loro vita

Che fanno la storia di tutte le case del mio paese

Che non hanno più fumo.

L’eco del silenzio

I nostri sogni impossibili 

sfumano ad ogni alba spietata

con la sua luce di ghiaccio

nata a mettere a nudo 

le nostre miserie immobili.

Ora

il nostro messaggio

è l’eco del silenzio sterile

del nostro dolore senza senso

l’amaro delle nostre lacrime

diventate pietre

nel vuoto del nostro cuore rassegnato

colle speranze mute 

inchiodate a una a una 

nel muro piatto del nostro domani.

Siamo troppo poco.

Solo un fiume senz’acqua

e la cresta di un monte senza alberi 

disegna la nostra identità.

La nostra miseria 

non è degna di note

e qualcuno ci ha detto

che non siamo neppure terra

e che è inutile parlare.

Nella bocca 

incapace di dire 

svanisce

la pretesa di essere ascoltati.

“Case senza fumo” è anche un titolo emblematico per definire la realtà negativa di quel tempo nelle nostre terre del Sud: abbandono, nostalgia, sofferenze, attese lunghe e logoranti! Le donne del Sud!

Da “Grazia Maria” (Pag. 14)

Tu piangi Grazia Maria

Sono passati già dieci giorni

Dall’ultima lettera…

Tu pieghi gli occhi di cerva 

Inghiottendo la luce del giorno.

Socchiudi l’imposta in attesa.

Tu trepida Grazia Maria!

Per chi annodi 

I lunghi capelli lucenti

Al ramo di rosa di maggio

Grazia Maria

Se Natale è ancora lontano?

Primavera è scoppiata 

Solo da un mese

Nei campi di fiori

E il cuculo canta ancora

Tra le foglie nuove dei salici

Conta i singhiozzi del cuculo

Grazia Maria…

Sono tanti i singhiozzi del cuculo

E gli anni pure sono tanti…

Per chi ti vesti a nuovo

Come la primavera

E ti profumi il seno acerbo di sera,

Grazia Maria?

E come non commentare la triste agonia della fanciulla innamorata, protagonista de “La barca delle fate”? Dopo tanti sogni, dopo anni di trepidazioni e sofferenze, la fanciulla si era preparata ad accogliere il fidanzato che era partito per arricchirsi e con la promessa del matrimonio!

Da “La barca delle fate”:

Tesseva alla finestra sempre aperta 

La fanciulla nel giorno d’estate:

in un a nuvola di polvere lontana 

in fondo allo stradone solitario

lo riconobbe tra i raggi del sole.

Corse a mettersi l’abito più bello

Intrecciò le lunghe trecce brune

Ai fiori rossi della siepe dell’orto

Corse alla porta ad aspettare

Con lo scialle vermiglio sulle spalle. 

Apparve

Cavaliere con cavallo

Vestito a festa come un galantuomo.

Gli gridò la fanciulla: Bentornato!…

Ed egli andò via senza guardarla.

Si chiuse la finestra sulla strada,

tacquero la spola e l’arcolaio;

si spense lento il fuoco del camino.

La fanciulla fuggì lontano,

verso il mare,

verso il sole e gli scogli di marina.

Annotazioni

Nell’anno scolastico 1974/1975, “La barca delle fate” fu rappresentata con molto successo – nell’aula magna (ex-vescovile) della scuola media di Policastro Bussentino – dagli alunni della seconda e terza media.

Erano presenti alla “drammatizzazione” – ideata da Gioacchino Vaiano – :

  • l’autore del poema, Giovanni Ferrari, Direttore didattico della scuola elementare di Via Crispi (ora scuola verticalizzata Dante Alighieri) di Sapri;
  • il preside, prof. Giuseppe Campanaro;
  • tutti i docenti della scuola media di Policastro;
  • i genitori degli alunni;
  • il prof. Mario Carpentieri, docente di religione e parroco di Policastro;
  • S.E. Vescovo emerito, Federico Pezzullo, della diocesi di Policastro Bussentino, per il quale è stata già avviata la causa di “beatificazione”.
Mons. Pezzullo a Maratea con Giovanni Ferrari e Antonietta Melillo, moglie di Ferrari (24 Maggio 1970). Foto tratta dal libro “Come un fanciullo. Mons. Federico Pezzullo, Vescovo di Policastro (1890-1979)“, Ed. Parallelo 38 scritto da S.E. Arcivescovo Emerito Antonio Cantisani.

I nostri fratelli sono fuggiti in cerca di terre nuove e per non essere esposti ai ritmi ciclici di una natura, a volte ostile, come in Basilicata e nel Sud.

Da “Tu mi hai detto” (Pag. 40):

… Ho visto mio fratello

lottare col fiume

in gara disperata con le frane

per difendere l’ultimo lembo

della terra di mio nonno,

… Ho visto mio fratello 

spiare l’arrivo del padrone 

lasciare a pezzi la sua anima

nella cava di pietra arsa con la fornace

e mio padre

dall’alto dei suoi settant’anni

contare nel palmo 

i pochi chicchi

della spiga nuova del nostro campo…

Da “Piaghe” (in Frantumi di Nuvole), (Pag. 28):

Il mio Sud…

Com’è povero con i suoi rigagnoli 

Rifatti fiumi assurdi 

Dalle ultime piogge 

Coi suoi spettri silenziosi 

Che svaniscono nelle frane scoscese 

Colle pietre biancastre 

Che mettono fuori le crepe profonde 

Come ferite 

Che guariscono con le tempeste.

Ma al Nord i nostri fratelli cosa hanno trovato?

Realtà estranee, situazioni mai conosciute, vita da ghetto…

Cosa hanno perso, lontani dalle loro radici?

“Quando l’animo umano perde le sue qualità, nessuna analisi riesce a misurarlo!”

Giovanni Ferrari è andato a trovarli i suoi fratelli,

è andato in pellegrinaggio al Nord, quasi per ripercorrere il calvario della loro sofferenza!

Ha preso “il treno del sole” e così dice:

Da “Il mio paese” (Pag. 17):

Io li incontrai 

In una notte milanese

I suoi figli più giovani

Il suo sangue più vivo.

Erano della mia età

E delle classi più giovani

E negli occhi avevano ancora 

Il cielo dei nostri giochi

E nelle orecchie

Lo zirlio dei merli in amore

A primavera 

Col grido sordo

Dei nostri fiumi.

Li incontrai tutti

In una notte milanese.

Erano con le mogli e i figli

Dalle parole troppo diverse

Mozze dall’affanno di far presto

Per sentirli nostri.

Un’angoscia indicibile prende il poeta e lo gela, quando, dalla lettura del giornale, rileva che i fratelli del Sud muoiono per incidenti sul lavoro.

Da “I terroni” (Pag. 18):

io non li conoscevo 

ma sul giornale

avevano lo stesso mio volto

la stessa faccia

dei miei fratelli del Sud.

Erano della mia terra 

Di uno dei suoi tanti paesi

Che muoiono ogni giorno di più

Seminando goccia a goccia

Il loro sangue.

Io non vi conoscevo 

Ma il vostro volto

Era lo stesso mio volto 

E il vostro dolore 

Il mio stesso dolore

Voi che la nostra terra 

Ha mandato a morire

Da chi non ha bisogno di morire

Per mangiare

Io che sono rimasto

A morire ogni giorno un poco

Con voi che morite lontano.

Nella vecchia casa

Calcinata del sole troppo lucente

La mamma

Spolvera il vecchio scialle stinto

Nero del suo dolore

E della nostra miseria.

Che dice il nostro poeta della triste realtà dei giovani emigrati che restano abbacinati dalle luci della città, del benessere, usano la violenza, lasciando la retta strada perché non sentono più le “radici”?

Da “Mio fratello più giovane”:

È dietro le sbarre

Dei riformatori del Nord

Mio fratello più giovane:

È avaro di sorrisi il Nord

Come la nostra terra di grano.

È avaro di sorrisi il mondo

Per chi ha bisogno.

Nessuno ci tende la mano amica.

Raccattiamo le briciole 

Nell’indifferenza dei bocconi dei sazi.

Quando ci mettono dentro

Per redimerci

Diventano tutti pietosi.

Hanno riempito 

Le celle dei riformatori

Di Lombardia e Piemonte

I miei fratelli più giovani.

Li avevamo mandati 

Analfabeti e innocenti da loro

Col nostro sole negli occhi

Con nel cuore

Il canto dei merli in amore

E il pigolio dei nidi nascosti.

Con il ricordo della prima serenata

Al chiaro di luna

A una acerba Maria

Col rumore dei nostri fiumi

Fatti arditi dalle piogge d’autunno

Negli orecchi

Cresciuti al ritmo di nenie infinite.

Allucinati e delusi

La loro ignoranza innocente

Hanno sacrificato 

Nell’abbraccio torbido

Di una di loro:

hanno smarrito

l’azzurro del nostro cielo

inchiodato pezzo a pezzo

nei loro occhi

nelle sere d’estate.

È il rimpianto del “passato” che si manifesta con forza nella poesia di Giovanni Ferrari.

Le sue liriche manifestano e denunciano un malessere corrosivo che, nel suo caso, si fa chiarezza e coscienza e mai nevrosi o – peggio ancora – morte interiore.

È il trauma del passaggio dalla civiltà contadina alla civiltà industriale, avvenuto repentinamente e vissuto, altresì, come negazione della propria identità. 

La fabbrica con i suoi ritmi ossessivi – nonostante tutti i processi di trasformazione del rapporto operaio/padrone – resta un cancro sociale, soprattutto quando alle spalle e nei cuori degli uomini ci sono primavere all’aperto, il germogliare delle piante, il mistero delle stagioni!

E il cuore del nostro poeta si dilata, assume in sé tutti questi problemi e crea immagini meravigliose sulla natura e sulla civiltà contadina. Versi splendidi compone Ferrari, che trovano l’equivalente solo nelle tele del grande pittore di Torraca, Biagio Mercadante, e dell’altrettanto grande pittore di Sapri, Nemoli e Padova, Gianni Talamini.

Annotazioni

Biagio Mercadante, pittore nato a Torraca, ha vissuto e lavorato a Torraca, Napoli, Sapri. Nell’estate del 2009, il Comune di Torraca, nel suo caratteristico centro storico, ha disposto un’installazione a scala urbana dei dipinti del maestro.Un progetto realizzato anche con l’utilizzazione “delle nuove tecnologie a Led” – per l’illuminazione notturna dei quadri – che ha dato il giusto valore alla produzione artistica di Mercadante (dall’opuscolo “Biagio Mercadante”, 2009).

Gianni Talamini, pittore e scrittore, nato a Sapri, ha vissuto e lavorato a Padova e a Sapri. Il 10 agosto 1998, il Comune di Nemoli, per la prima volta nella sua storia, ha concesso al maestro, la cittadinanza onoraria e le chiavi della città. Talamini ha allestito mostre personali in Italia e all’estero, ha preso parte a numerosissime collettive, ha scritto e pubblicato romanzi e racconti (dal romanzo “Pietro” di G. Talamini, 1999, Ed. Kairos).

Da “Le due speranze” (Pag. 44)

Il vento ci porta il profumo del mare 

Il sussurro del bosco pulito

La voce del fiume fatto più ricco.

Raccoglie le nuvole

L’ultimo velo di vento

E l’ultimo raggio del tramonto

Brilla nell’azzurro tenero

Tinto nel cielo per un miracolo nuovo.

Da “Le lucciole” (Pag. 46)

Si inseguono al chiaro di luna

Sul grano che spiga

Singhiozzi di luce.

È scesa la sera di maggio 

Sulle case brune tra i campi in fiore

Nel canto d’amore dei grilli.

Impazzano le lucciole 

Sul fondo scuro dei monti.

Da “Grande città” (Pag. 32)

A me bastano ancora

I miei prati rosi dalle frane

Ricchi di sole e di grilli

Dove ruzzolando 

I bimbi imparano a camminare

E il capretto di marzo

Grattando la scorza dei pini

Prova le corna appena spuntate

Dove un fiordaliso è un occhio di cielo

E una primula senza colore

Porta il messaggio della primavera anzitempo

E il pettirosso

Nel cespuglio del calanco

Sverna i suoi giorni di freddo e di malinconia

Con la fame del gatto

Che insegue il suo volo.

Da “Inverno 73”:

Nevica ancora

Dopo tutta la neve di stanotte.

Scompare lo sporco del sottobosco

Al pulito nuovo dell’ultima falda.

Inchiodano i cristalli del cielo

Sul fondo di latte

I rami nudi del querceto

In un gioco di neri graffiti.

Da “Mio fratello più giovane” (Pag. 8)

Schiaccia il sole di prima estate 

Le colline

E i campi d’oro

Già pronti alla falce

Inclinano al vanto di giugno

Le spighe ricolme.

Arrota

Mio padre

Sotto la pergola di una puttanella

Che conta già i chicchi

La falce azzurrina 

E dalla cassa nera

Spolvera il lungo grembiule di capra

Coi ditali aguzzi di canna.

Già a S. Giovanni

Si miete da noi

Ma quest’anno l’estate è tardiva

E sarà S. Pietro a benedire

Le falci roventi.

Passa tra i mietitori 

Il prosciutto nuovo

Col vino della botte più grande

Alla prima mattina

E l’acqua è dolce nel campo di sole

Nella gerla di creta

Dal collo sottile.

Da “Mietitura” (Pag. 41)

Brilla nell’oro del grano,

gocce calde su sottili vene verdi

stillate col sudore

delle mani di mio padre

aperte a propiziare

l’amplesso dell’aria e del cielo

alle zolle arate col seme d’oro

il rosso dei papaveri.

Giugno caldo

Passa la falce 

Rilucente rasoio bruciante

Su un volto glabro vizzo di stagioni

Arido di umori seccati da tante bocche

Lungo tutte le estati del tempo.

Il sangue di mio padre

Quello di suo padre e dei miei,

generazioni passate in corsa 

lungo le vie inutili

della nostra povera storia,

vite lontane calcinate

negli aridi labirinti

di un lento passato dimenticato,

spunta puntuale ad ogni giungo

come sangue di stimmate

al venerdì santo

scavate da sempre

come in quella di Cristo

nella carne degli uomini della mia terra.

Respira fuoco

Col fiato di vino e tabacco

La collina ormai rasa.

Nel pomeriggio di prima estate 

L’ombra invita

All’ultima chiazza di verde!

Con questa ultima lirica siamo entrati “nel regno degli affetti domestici”: l’amore per la madre, per il padre, per i fratelli, per i nonni, per la moglie e i figli.

“La religione degli affetti” è una componente essenziale dell’arte di Giovanni Ferrari e traspare da tutte le sue raccolte più importanti.

“Frantumi di nuvole” (1967)

“Natale” (1968)

“La barca delle fate” (1973)

“Case senza fumo” (1978)

Ferrari alza alto il canto dell’amore per la famiglia che diventa il tempio in cui i sentimenti più veri e più puri vengono conservati e preservati dall’incalzare inesorabile di una pseudo-civiltà che tende a mortificare tutti i valori.

La mamma diventa in “Natale” una sacerdotessa e tutte le sue azioni e parole hanno il crisma della sacralità.

Da “Natale” (Pag. 9)

La mamma ha posto nel piatto grande 

Le ciambelle più belle

E mio padre è sceso verso l’unica botte

A spillare un poco del vino nuovo.

Poi andremo a dormire.

Se verrai stasera

Anche tu, caro amico mio, 

potrai berne

e potrai gustare 

il dolce del miele dell’arnia dell’orto

e mia madre sarà felice

di vederci bere insieme

e leccare il residuo di dolce

sulla crosta dorata del fritto

e vorrà che tu beva ancora

il dolce boccale di fango

sarà riempito più volte per te

perché oggi è festa

e noi ci vogliamo bene.

Se poi vorrai 

Farà fiorire il bianco granturco

Nella padella rovente

E su quei fiori

Il vino sarà ancora migliore.

E ti dirà 

Che così facevano i nostri padri 

E dovranno fare i nostri figli.

Con la madre, Ferrari, ha un vecchio debito di riconoscenza e le ha innalzato un monumento nella lirica “Mia madre”, tratta dalla raccolta “Frantumi di nuvole” (Pag. 8):

Ha atteso che la morte mi sfiorasse 

Per schiarirsi la voce dal pianto,

le sue lagrime

mi hanno rivelato il suo amore…

nell’ansia di rivedermi vivo

ha smarrito la speranza

e la sua fede immobile

ha osato patteggiare con Dio

e gli ha detto: “È mio figlio!…”

L’ultima lacrima muta

Ha detto tutto il suo affanno:

ore insonni

nell’ansia di novità temute

nella speranza del risveglio,

preghiere a fior di labbra

sussurrate senza scendere al cuore.

Il suo grande dolore 

Compreso nel suo pianto sterile

Tutto contenuto nei suoi sospiri 

S’è spento nella penombra grigia

Di un triste abat-jour…

E il nonno!…

Questo personaggio vivo, vero, umano, di cui tutti andremmo fieri ed orgogliosi per la serietà e l’impegno profuso nel gestire “la cosa pubblica”, per il suo comportamento originale, che lo rendono tanto simpatico ai nostri occhi.

Da “Mio nonno” (Pag. 48)

Era tornato a fare il contadino

Mio nonno

E l’avevano fatto sindaco.

Dei trent’anni d’America

Gli restava il vestito buono della festa

E il cappello messicano

Con la vigna e la casa da finire.

Qualcuno rideva di mio nonno

Sindaco contadino

Quando la sera

Al ritorno dalla terra

Saliva al municipio

A firmare le carte.

E legava l’asina 

Vecchia di molte figliate

All’albero d’acacia

A destra della casa comunale.

Qualcuno rideva

Ma tutti gli volevano bene

E vollero che facesse il sindaco 

Per più di vent’anni

Perché era onesto e parlava con loro.

Un giorno

Quando gli dissero di vestirsi di nero

Per andare dal Prefetto

E di lasciare il vestito

Che gli ricordava l’America,

egli che non capiva certe cose

non volle più fare il sindaco.

Gli vollero bene

Perché non aveva preso neppure una carta 

Non sua.

E quando fecero la strada nuova

Non volle che passasse per la sua terra

Lontana un’ora da casa

Perché nessuno potesse dire

Che vi poteva arrivare in carrozza.

E quando dovevano fare la nuova guardia

Chiamò suo figlio

Sull’aia sopra la casa del colono

E gli indicò la distesa del podere

E gli mise nel palmo

Un pugno di terra bruna

E gli disse che aveva tanta terra da zappare

E gli altri non avevano tanta

Ed era bene che mettessero il cappello nero 

Che aveva già comprato col fregio.

Tutti gli vollero bene

E quando se ne andò

In un giorno freddo di dicembre

Che il vento tagliava la faccia

Se ne andò in punta di piedi

Senza la bandiera del comune

E la corona di fiori e di lauro

Ma con tanta gente

Che gli piangeva intorno.

Qualcuno rideva 

Di mio nonno sindaco contadino

Ma molti lo piansero sinceri

E tanti ancora ricordano come parlava

Perché parlava semplice

Con la lingua della sua gente

E tutti lo capivano.

In un altro giorno freddo di dicembre – ma nel 1977 – l’amicizia profonda che mi ha sempre legato al poeta (da quando, nel 1967, l’ho conosciuto a Nemoli e l’ho apprezzato come collega e vice-preside nella scuola media che, allora, era sezione staccata della media di Rivello) mi ha riportato nel suo paese natale per porgere l’estremo saluto ad un altro uomo pianto da tutti: era papà Ferrari che, dopo una vita onesta e laboriosa, percorreva la strada celeste da Nemoli all’eternità!

Da “Natale” (Pag. 8)

Accanto al cane

Appoggiato all’alare

Del vecchio camino

Attende il ceppo più grande

Della nostra legnaia.

Mio padre

Con me e mio fratello

Lo porrà accosto al muro nero della cappa

E mia madre e mia sorella

Ci vedranno compiere il rito

E ci baceranno

Augurandoci cent’anni di vita felice.

Ora 

Il fuoco brilla di nuovo

E noi abbiamo detto le preghiere

In ginocchio

E ci siamo baciati!

Anche il padre, come la madre, è presentato dal nostro come un sacerdote “della religione degli affetti” nell’esercizio delle sue funzioni sacrali! “L’elegia a mio padre” – nell’appendice a “Case senza fumo” – è una testimonianza imperitura di affetto di un figlio amorevole oltre misura.

Da “Elegia a mio padre” (Pag. 58)

Padre mio, dolcissimo…

Le tue mani santificate dal lavoro

D’ogni giornata tanto lunga

M’hanno benedetto tante volte

Come il sole di mattina

E la tua bocca nei discorsi senza pretese

M’hanno detto tutta la verità del mondo:

la sapienza degli umili;

la sapienza di tutti i nostri vecchi.

Nella nostra miseria felice

Colla speranza di un mondo più buono

E il sogno di gioie mai provate

Ho imparato con te

Il mestiere di uomo del mondo

Senza invidie e senza pretese 

Con l’arte di amare

Che non conosce il ricambio. 

Questi motivi personali, intimi sono vissuti da Ferrari in un contesto sociale, in una realtà umana ben precisa e perdono i connotati di “diario intimo”.

Il poeta, impegnato anche politicamente nel Mezzogiorno, non si ferma, però, alla denuncia, ad indicare devastazioni e vuoti di un tipo di trasformazione della nostra società in quegli anni difficili della nostra storia. Se si fosse fermato ad indicare solo i mali, la sua poesia sarebbe risultata vuota, sterile, a caccia di miti e nulla più! Ferrari, invece, è cosciente che il Meridione italiano ha mutato segno ed aspetto: non è più il problema della miseria meridionale, non più il discorso delle aree depresse, ma è il discorso della completa utilizzazione delle risorse. È un problema di espansione e di destini futuri, che deve fare i conti con quello che resta nel Sud, con il ritorno degli emigranti e di quanti non intendevano più partire!

Così la “questione meridionale” riappare autenticamente come questione nazionale ed europea: questione per la quale occorreva impostare programmi nuovi, compiere scelte definitive, prendere gravi e importanti decisioni! Tutto è avvenuto puntualmente e a distanza di alcuni decenni da allora, è sempre valida l’ipotesi di Giannino Ferrari sulla strada da percorrere per far fronte all’incalzare inesorabile dei tempi nuovi!

Da “La mia grande città” (Pag. 30)

No.

Non voglio

Una grande città

Con le piazze troppo grandi

Piene della luce gelida dei neon

Dove solo con la mia ombra

Perdo il mio urlo di uomo solo

Nel silenzio senza eco

Senza speranza

Che qualcuno lo senta

Che me ne farò

Della mia grande città

Se non ci sono gli amici

Che gridano il mio nome pulito

Senza “signore” o “dottore”

Se mi sento lontano

Dagli uomini

Che mi stanno vicini

E che non ho tempo di conoscere.

Ma se ci foste voi

Che siete cresciuti con me 

Quando di noi ce ne erano tanti

E che siete andati via.

Se ci foste voi 

Con le vostre donne e i vostri figli

E pensassimo insieme

A costruire una grande città.

Pure senza sole e senza luna 

Pure senza fiori e senza voli

Allora sì

Allora volentieri

Anch’io ci starei!

L’itinerario poetico percorso insieme ci ha condotto a mettere in luce il messaggio profondo e significativo dell’arte di Giovanni Ferrari: costruire tutti insieme, con amore, “la grande città”, simbolo di un mondo migliore!

Concludo riaffermando la validità sul piano poetico, civile e morale delle liriche di Ferrari, che contengono sia il ricordo (di un mondo che non possiamo dimenticare), sia il progetto per un mondo migliore verso cui tutti dobbiamo tendere e in cui domini l’essere e non l’aver, il bene di tutti e non l’egoismo! Mi piacerebbe concludere con i versi del nostro Giannino, tratti da “La barca delle fate”. La fanciulla innamorata non si perde d’animo, ma prega, implora e con la forza del suo grande amore riesce a riportare sulla giusta via l’innamorato che ritorna a lei.

Da “La barca delle fate”:

E l’uomo tornò

E si lavò la faccia col suo pianto

E bacio la rosa profumata

(che “lei” aveva raccolto nel giardino,

rossa come il fuoco del suo cuore)

E bevve l’acqua della fontana delle fate

E rimase con lei per sempre

Con lei che sola vide la barca delle fate.